It’s a man’s world

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E’ davvero difficile dire qualcosa di intelligente su quello che sta succedendo, ora che dal caso Weinstein siamo passati al caso Spacey e poi, gradatamente, a parlare di molestie sul lavoro, dell’omertà del mondo dello spettacolo, a discutere di cosa costituisca una molestia e cosa no, di chi si possa fregiare del titolo di vittima e chi invece sembra ci stia marciando su. Molto probabilmente stare zitti è una scelta migliore, ma non me la cavo molto bene con le mosse sensate. Sarebbe più semplice se avessi una visione del mondo più rigida, perché potrei mettere su un’espressione oltraggiata, prendere un forcone e una torcia e limitarmi a urlare sopra alla gente, convinta di essere nel giusto.
Mi basterebbe scegliere da che parte voglio stare, semplificare tutto fino all’osso, e partecipare a questa rincorsa alla purezza assoluta che sembra caratterizzare molti interventi sull’argomento molestie. Purezza intesa in senso concettuale, non morale – ovvero la richiesta insistente di categorie a priori da poter applicare alle situazioni per decidere senza ombra di dubbio chi deve essere condannato e chi assolto, senza il fastidio di dover rendere conto delle ambiguità. Un modo di procedere che mi mette un po’ a disagio, perché fatico a concepire il mondo attraverso certezze granitiche ignorando le sfumature e le contraddizioni che costituiscono ogni esperienza reale e non teorica. Non che non abbia punti fermi, sulla questione stupri e molestie.
Penso che sia ora di affrontare seriamente disuguaglianze e asimmetrie di potere (che passano anche per la libertà di disporre del corpo degli altri) nei confronti delle quali ci si è limitati a nascondersi dietro alla prassi, ritengo che chi dedica tutte le sue energie ad analizzare il comportamento o la reputazione della persona che denuncia uno stupro o una molestia abbia un grosso problema di priorità.

Cerco di ripetermi che dovrei essere soltanto felice che qualcuno abbia finalmente dato una spallata a una consuetudine patriarcale indiscussa da generazioni, quella che fa sì che in determinati contesti si inneschi una logica da branco nei confronti di donne e ragazzi giovani che sono considerati ripe for the taking, con il risultato che in alcuni ambienti ci si spalleggia a vicenda nel giustificarsi, minimizzare l’impatto delle proprie azioni e glorificarsi, perché la propria libertà di trasgredire alle regole senza l’ombra di una conseguenza è indice di status.

Purtroppo per me, c’è sempre un però.

In questo caso, è incarnato dal sottile disagio che mi mettono i discorsi troppo sbilanciati verso la moralizzazione dei comportamenti sessuali, anche se partono da premesse che generalmente condivido. Sono femminista, ma non ho mai condiviso le tesi del femminismo radicale americano portate avanti, tra le altre, da Kathleen Barry o Sheila Jeffreys. Mi ritrovo più facilmente nel femminismo contaminato dalla teoria queer di Gayle Rubin, nonostante l’enorme perplessità che mi hanno suscitato le sue riflessioni sui rapporti intergenerazionali tra uomini.

E’ sulla base di questo disagio che posso remotamente capire la premssa da cui è partita Grazia Sambruna, che su Linkiesta scrive un pezzo dal titolo “Non solo Spacey, la verità è che siamo tutti molestatori. Anche tu”, quando polemizza contro la tendenza a considerare molesto in partenza qualsiasi approccio che non scaturisca dalla sicurezza incontrovertibile di essere ricambiati, arrivando a esigere standard impossibili da rispettare e soprattutto a suddividere rigidamente le esperienze in “piacevoli” e “traumatizzanti”, cosa che a conti fatti nella vita vera non succede. Nella vita vera lo stesso evento può suscitare sentimenti contrastanti. Me ne sono resa conto a forza di smontare i miei stessi preconcetti sulle storie di abuso domestico o sulla prostituzione, cercando di capire più a fondo cosa si provi nei panni delle altre (o degli altri) prima di avere la presunzione di dirgli cosa fare dall’alto del graziealcazzo.

Oltrepassato questo punto, io e Sambruna prendiamo strade diametralmente opposte. Quando si denunciano fatti più o meno gravi, anche lontani nel tempo, non si tratta di imbastire psicodrammi trasformando qualcosa di trascurabile in qualcosa di grottesco, come suggerisce lei, ma di chiedere finalmente conto alle persone delle proprie azioni. A trasformare questa ragionevole esigenza di riappropriarsi di parti della propria storia (che si è stati obbligati a censurare dietro minacce più o meno esplicite) in qualcosa di diverso – ovvero in un tentativo di appiattire la realtà in suddivisioni rigide fino al ridicolo – è il modo in cui queste esperienze sono rimaneggiate da una sfera pubblica che ha perso il senso della complessità e, in qualche occasione, anche quello della misura.

Visto che in larga parte i tribunali non sono più parte in causa, perché i fatti sono caduti in prescrizione, rispetto ai fatti discussi in questi giorni non si parla tanto di conseguenze legali quanto di conseguenze morali.
A deciderne il peso e le ricadute sono uffici stampa e portavoce di compagnie che si trovano a dover gestire la fine – apparente o definitiva – di un privilegio che ha resistito per secoli, nonché giornalisti, opinionisti e utenti di social network.
La parola d’ordine dei network televisivi o cinematografici è smarcarsi, anche a costo di girare da capo parti di film già in post-produzione e a chiudere serie di successo (che forse sarebbero state chiuse comunque, ma perché non cogliere l’occasione di sembrare puliti e integerrimi?), ma non ho capito se interpretare queste mosse come la concretizzazione di un passaggio di stigma dal molestato al molestatore o come un modo per svicolare da associazioni scomode senza intaccare la struttura che rende possibile ad alcuni di disporre del corpo altrui.

Fino ad ora gli interventi più equilibrati sull’argomento li ho letti su Femministerie (Giorgia Serughetti) e su Vice (Claudia Torrisi), dove si cerca di evidenziare quello che dovrebbe essere il punto nodale di ogni discorso sull’argomento, ovvero la messa in discussione delle strutture di potere.

Dal canto mio, sto facendo del mio meglio per non utilizzare la parola vittima troppo spesso: non riesco a farmela piacere. C’è qualcosa che mi irrita nel profondo, nell’immaginario legato alla vittima. Troppa enfasi sull’impotenza e sulla vulnerabilità, una dissezione delle abitudini e dei comportamenti della persona per poter determinare il diritto ad ascriversi alla categoria, portandosi dietro il rischio di scivolare verso i problemi identificati da Wendy Brown parlando delle politiche dell’identità basate su una ferita (States of injury, 1995), cioè di ritrovarsi in una situazione in cui le dinamiche di oppressione e di esclusione diventano una parte fondante della costruzione della propria identità, con il rischio di rimanerci invischiati. Di non sapersi definire altrimenti e di finire intrappolati – paradossalmente – in una situazione in cui alle richieste di libertà si sostituisce il bisogno di una maggior sicurezza, non importa se solo a livello percettivo e non fattuale, garantita proprio dalle stesse istituzioni che avevano generato l’oppressione a cui ci si vuole ribellare.

Credo che in fondo sia anche quello che ha tentato di dire Guia Soncini, attraverso una serie di tweet e un articolo sul femminismo e sulla stampa italiana, finendo per essere più o meno lapidata sulla pubblica piazza. Non posso dire di essere d’accordo con ogni singola cosa che ha scritto, forse neanche con la maggior parte, ma posso capire perché malsopporti un certo tipo di narrazione. Come posso capire, nella stessa misura, Natalia Aspesi (i cui primi commenti sul caso Weinstein-Argento non mi erano piaciuti granché) quando richiama al buon senso necessario per attribuire a un fatto una conseguenza.
E’ un discorso che accetto solo a patto di partire dal presupposto che stilare classifiche di gravità sui casi di molestie o stupro non è solo prevaricante ma anche inutile, certo, ma è vero che non bisognerebbe lasciare che qualche punizione eclatante appaghi i nostri istinti forcaioli senza che niente debba cambiare davvero.
Perché è così che ci fottono.
Dandoci l’impressione che qualcosa stia cambiando quando tutto resta com’è, di generazione in generazione, a botte di contentini e di pinkwashing.

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